Piazza Navona e il suo lato “comico”

25 07 2008

Circa due settimane fa c’è stato il “no cav day“, la manifestazione di Piazza Navona dell’8 Luglio fatta diventare dai media come un blasfema. Le polemiche sono nate sopratutto per gli interventi di Beppe Grillo e Sabina Guzzanti. Due comici che usano la loro arte per fare informazione, ora qualcuno potrbbe anche dire: “può un comico fare informazione? Non dovrebbe solamente fa ridere?“. Allora consiglio questo video a coloro che non si fidano del Tg Unico:





Il “buco” di Roma.Balla mediatica?

24 07 2008

Ieri guardavo dopo molto tempo il Tg1 e ascoltato un po’ le notizie. Tra queste è passato il discorso di Veltroni che alla chiusura della festa dell’Unità, arrabbiato, ha puntato il dito contro ad Alemanno e coloro che sostengono che Roma ha un buco nelle proprie casse. La sua tesi (per lui il buco è una grossa balla mediatica), invece è opposta a quella di Bocchino che sempre ai microfoni dei giornalisti Rai ha ribadito che si tratta di un vero e proprio buco. A fine servizio ovviamente nessun giornalista ha spiegato quale delle due fosse la verità e ha lasciato (come sempre) nel dubbio milioni di persone e tra quelle me medesimo. Ho pensato di fare una ricerca e ho trovato questo articolo sulla Stampa, poi sempre dallo stesso giornale ecco qua un altro articolo di approfondimento. Esiste un debito, anche Milano è indebitata e di certo non la governa o tanto meno la ha mai governata Veltroni o il centro-sinistra (questo però è poco rilevante), ma come si può leggere dall’ultimo articolo sono tante altre le città con debito elevato. Non sto  qui a difendere Veltroni, e nemmeno a farvi capire che ovviamente quello di Alemanno e Berlusconi non è altro che populismo, ma più che altro ho scritto per indignarmi col servizio pubblico, chiaramente servo dei partiti, poco chiaro e professionale. Ora mi chiedo anche quanti milioni di persone sono rimasti confusi alla notizia che non è la sola a essere scadente!





‘NDRANGHETA:Arresti a Gioia Tauro. Ancora una volta collusioni mafia-politica

23 07 2008

Il post precedente a questo l’ho scritto per ricordare Falcone e Borsellino, e ho riportato un articolo di Caselli sul 41-bis…Ieri le manette sono finite ai polsi di esponenti dei Piromalli – Molè di Gioia Tauro, tra questi c’è Aldo Micciché, si proprio lui, ve lo ricordate?

Dal sito www.ansa.it :

REGGIO CALABRIA – Le teste pensanti delle cosche Piromalli e Molé di Gioia Tauro, le più potenti della ‘ndrangheta, sono state decapitate da un’operazione coordinata dalla Dda di Reggio Calabria che ha portato al fermo di 21 persone tra presunti affiliati, imprenditori e professionisti accusate di associazione mafiosa.

Nel provvedimento di oltre 1026 pagine, firmato dal procuratore di Reggio, Giuseppe Pignatone, e dai suoi sostituti Boemi, Di Palma, Pennisi, Prestipino, e Miranda, c’é praticamente tutta la storia delle due famiglie una volta strettamente legate, anche per vincoli di parentela, ma che gli affari milionari del porto di Gioia Tauro hanno portato, negli ultimi mesi, a dividersi ed entrare in contrasto negli ultimi mesi.

L’accelerata all’inchiesta, iniziata oltre un anno fa, è stata data per il pericolo che l’omicidio del boss Rocco Molé, ucciso il primo febbraio scorso, potesse aprire una stagione di sangue nella piana di Gioia Tauro. I fermi sono stati eseguiti dalla squadra mobile di Reggio Calabria e dai Ros dei carabinieri tra la Calabria, Roma e Milano.

Nell’elenco delle persone fermate figura anche il nome di Aldo Micciché, un faccendiere originario di Marapoti, un centro poco distante da Gioia Tauro, in passato (negli anni ‘80) dirigente della Democrazia cristiana.

Da anni si e’ rifugiato in Venezuela ed è al centro di una inchiesta della Dda reggina, che nasce da quella che ha portato ai fermi, su presunti brogli degli italiani all’estero alle ultime elezioni. Brogli che, secondo l’accusa, avrebbero dovuto portare ad un’attenuazione del regime detentivo del 41 bis che Micciché avrebbe cercato di ottenere mettendosi in contatto con il senatore Marcello Dell’Utri. Alcune telefonate sono riportate nel provvedimento di fermo dei magistrati della Dda di Reggio Calabria di 1.026 pagine.

PM, REFERENTE BOSS CONTATTO’ MASTELLA – La cosca Piromalli, per risolvere il problema del regime detentivo del 41 bis, era arrivata a “contattare vertici dello Stato nella sua espressione riguardante la organizzazione della giustizia”. Lo scrivono i magistrati nel provvedimento di fermo riferendosi ad alcune intercettazioni di Aldo Micciché in cui parla dell’ex ministro Clemente Mastella.

Parlando con Antonio Piromalli, figlio del boss Giuseppe, Micciché, nell’ottobre scorso, riferisce di un colloquio avuto con una persona che, spiega, ha dato disposizioni ad altre persone di cui fa il nome e aggiunge di averli già contattati.

Gli investigatori hanno identificato i nomi in due componenti la segreteria al Ministero di Mastella e di un esponente del movimento giovanile dell’Udeur. Successivamente gli investigatori hanno intercettato una telefonata fatta da Mastella a Micciché dopo che quest’ultimo aveva tentato invano di contattare il ministro.

“Va detto – hanno scritto i magistrati – che la conversazione non affrontava alcun tema specifico e anzi Mastella si affrettava ad interromperla dopo aver compreso l’identità del suo interlocutore che gli parlava di possibili appoggi elettorali”. “Poiché – proseguono i magistrati – sia Piromalli che Micciché erano consci delle difficoltà dovute al particolare momento in cui si viveva e che limitava obbiettivamente l’ambito di operatività dei loro referenti, nonostante tutta la buona volontà degli stessi, già pensava Micciché ad ulteriori vie per la soluzione del problema”.

“Ho l’impressione però – dice Micciché nel colloquio – che non si riesce a manovrare bene. Qua dovremo forse a mio avviso fare un altro tipo di rapporto e lo devo fare in Lombardia”. Ovvero, secondo i magistrati alla “Massoneria”.





In memoria di…

19 07 2008

Prima Falcone poi Borsellino. 23 Maggio 1992, 19 Luglio 1992, due stragi che hanno segnato l’inizio della Seconda Repubblica. Oggi ricordiamo i morti di mafia, giornalisti, giudici, scorte dei giudici e così via, ma la cosa più proccupante è che il numero non finisce mai di crescere, purtroppo. Oggi le parole non bastano, contano i fatti.Non mi va di scrivere altro, voglio solo ricordare che non bisogna più parlare di lotta alla mafia, bensì di come sconfiggere la mafia. Vi lascio alla lettura di un articolo di Caselli in merito al 41-bis…

Chi non vuole il 41-bis di Gian Carlo Caselli (l’Unità):

C’era una volta che i mafiosi nessuno li cercava. Poi si cominciò a catturarne qualcuno, ma non sempre restavano in carcere. Robusti killer allenati alla ferocia, spietati torturatori e compiaciuti esecutori di efferate sentenze di morte, di colpo diventavano fragili omiciattoli, cagionevoli di salute, afflitti da mali d’ogni tipo che li rendevano incompatibili col carcere. Quei pochi che in carcere ci rimanevano, vivevano ben diversamente dai detenuti comuni. Per loro, la prigione era un grand hotel.

Tanto che la storia della mafia è stata – per certi versi – anche storia del potere mafioso “nonostante” il carcere e persino “dentro” il carcere. Il detenuto mafioso , abituato a dettar legge ovunque, per decenni è riuscito a trasformare anche il carcere in una porzione del territorio nel quale esplicare il suo dominio, una dépendance della borgata dove spadroneggiava prima della cattura. Un paradossale rovesciamento dei rapporti di forza, dove la parte debole – invece del detenuto – era lo Stato. E il fatto che il mafioso detenuto potesse mantenere intatto il suo potere, nonostante la carcerazione, costituiva un’esibizione di forza che ne accresceva l’autorevolezza, rafforzava il mito dell’impunità mafiosa, vanificava quelle iniziative di contrasto dell’organizzazione mafiosa che una minoranza di uomini onesti cercava di portare avanti.

Giovanni Falcone, che ben conosceva questa vergognosa situazione di favore per criminali che avrebbero dovuto essere fronteggiati senza sconti, quando (di fatto cacciato da Palermo) cominciò a lavorare a Roma al ministero della Giustizia, mise in cantiere – tra l’altro – la normativa sui “pentiti” e l’adozione di nuove norme per i mafiosi detenuti allo scopo di realizzare un trattamento differenziato, modulato sulle specifiche e concrete esigenze di quel tipo di reclusi, senza per altro indulgere ad istanze di tipo meramente vendicativo-retributivo. Mentre Falcone metteva a punto questo progetto, la Cassazione (forte di una presidenza diversa rispetto al passato) confermava le condanne del “maxiprocesso”. Per la prima volta, pesanti pene definitive da scontare in un carcere di giusto rigore. Per i mafiosi, una vera rovina, insopportabile. La strage di Capaci nasce anche di qui: una vendetta postuma contro Falcone e al tempo stesso il tentativo di soffocare nel sangue le riforme progettate. Riforme che di fatto saranno approvate soltanto dopo la strage di via d’Amelio, soltanto dopo che all’assassinio di Falcone seguì quello di Paolo Borsellino. Per cui quella sui “pentiti” e l’art. 41 bis dell’ordinamento giudiziario (parentesi: ancora una volta la dimostrazione che la legislazione antimafia è piena zeppa di bis, ter, quater, quinquies…: una legislazione sempre soltanto del “giorno dopo”) sono norme letteralmente fecondate dall’intelligenza e intrise del sangue di Falcone e Borsellino. Un “particolare” che non si dovrebbe mai dimenticare.

L’efficacia del regime del 41 bis, combinata con la legislazione premiale sui collaboratori di giustizia, fu all’origine di una vera e propria slavina di “pentimenti”, che consentirono di infliggere a Cosa nostra colpi durissimi e che avrebbero potuto essere definitivi se qualcosa non si fosse messo di traverso non appena l’azione degli inquirenti venne doverosamente indirizzata – oltre che verso i mafiosi “doc” – anche contro i loro complici eccellenti. Frattanto, col trascorrere degli anni, il regime del 41 bis registrò sostanziali modifiche nell’attuazione pratica, tali da indebolirne la capacità di corrispondere alle finalità per cui era stato pensato e approvato (recidere o quanto meno ostacolare i collegamenti dei mafiosi detenuti con l’esterno del carcere). Finchè si sono addirittura moltiplicate – ed è il problema oggi sul tappeto – le decisioni della Corte di Cassazione e di vari Tribunale di Sorveglianza che hanno revocato e continuano a revocare i decreti di 41 bis volta a volta emanati del Ministro della giustizia.

In punto revoche, per vero, la giurisprudenza non è univoca. Vi sono sentenze (ad esempio la n. 163/07 della Cassazione) secondo le quali, accertata la «persistente operatività della cosca sul territorio di appartenenza», «per affermare il venir meno della pericolosità sociale del condannato e della sua capacità di mantenere collegamenti con la cosca, occorre individuare elementi specifici e concreti in grado di supportare tale convincimento, che non possono identificarsi né con il mero trascorrere del tempo dalla prima applicazione del regime differenziato, né, tanto meno, essere rappresentati da un apodittico e generico riferimento a non meglio precisati risultati di trattamento penitenziario». La giurisprudenza decisamente prevalente, invece, fa leva proprio sul decorso del tempo e sulla regolare condotta del detenuto per escluderne la pericolosità attuale: di qui le numerose sentenze che decretano, anche in casi clamorosi, la fine del 41 bis. Ora, poiché si tratta di sentenze che secondo l’orientamento giurisprudenziale non univoco ma nettamente prevalente corrispondono ai parametri di legge, è evidente che la normativa del 41 bis deve essere rivista alla ricerca di un giusto punto di equilibrio fra rispetto dei diritti dei detenuti ed esigenze di giusto rigore, quando si tratta di mafiosi che non hanno mai dato nessun segnale concreto (neppure minimo) di distacco dall’organizzazione criminale cui appartengono in forza di inoppugnabili condanne. Dando per scontato (salvo che si voglia, come dicono i siciliani, fare solo del “babbio”) che la questione del regime carcerario dei mafiosi rimane un nodo centrale nell’azione statale di contrasto alla mafia, e che ogni erosione – o peggio svuotamento – della funzionalità ed efficacia di tale regime carcerario rischia di vanificare i risultati raggiunti dalle forze dell’ordine e dalla magistratura. Il ministro Alfano – gliene va dato atto – si è detto convinto che occorrano modifiche legislative per stringere le maglie del 41 bis. Speriamo che non si tratti di uno di quei casi in cui, agli annunzi suggestivi, non seguono poi fatti concreti.





Sabina Guzzanti. Da Raiot a Piazza Navona Lezioni di satira

10 07 2008

Cosa è successo sul palco di Piazza Navona?È successo che per una delle poche volte in Italia e in diretta tv qualcuno ha espresso la propria libertà di pensiero ma come sempre le polemiche non mancano e a quanto pare il politically correct bipartisan accusa e riaccusa. Ma cos’è la satira?

Ho ragionato sulle parole di Sabina e pensavo all’inizio che aveva sbagliato, mi sono rinfrescato e reinformato dopo la disinformazione su cosa significhi satira. Io sto con Sabina. Democrazia significa questo, libertà di esprimersi, libertà di opporsi o condividere idee e pensieri.

VAI SABINA!





Berlusconi vallette e 007 in promozioni facili?Ecco la storia. Chissa se è vera…???

9 07 2008

di Roberto Cotroneo (tratto dal sito www.unita.it)

Questa non è mica una storia come le altre. E soprattutto questa è una storia su cui bisogna fare chiarezza, senza ombre e senza che rimanga il benché minimo dubbio. Perché riguarda Silvio Berlusconi come presidente del Consiglio, i servizi segreti, la Rai, e molto altro.

Ed è una storia che se verrà confermata, darà molti guai al premier, assai peggiori di tutte le intercettazioni, delle battute boccaccesche sussurrate a mezza voce, dei gossip soliti che alla fine non fanno che scaldare troppo un’estate come tante.

La racconta ieri Giovanni Valentini su Repubblica, esaminando le carte che sono all’esame del Tribunale dei ministri, al quale è arrivata questa vicenda, e che deve decidere se archiviare oppure no. Sperando che il verbo archiviare non coincida con il verbo insabbiare.

Secondo le carte, la storia comincia il 29 settembre del 2003. Silvio Berlusconi è il presidente del Consiglio. Quel giorno tra l’altro è anche il suo compleanno, compie 67 anni. Decide di andare in televisione, in Rai, a reti unificate per illustrare al popolo italiano la sua riforma delle pensioni. Niente di particolare, ma ad annunciare l’intervento del presidente Berlusconi c’è una giovane ragazza che di nome fa Virginia Sanjust di Teulada. Lei ha 26 anni ed è molto graziosa. Berlusconi tornato a Palazzo Chigi si informa sulla ragazza e per ringraziarla chiede a una sua collaboratrice di avere il suo indirizzo per mandarle un mazzo di fiori.

Nel pomeriggio, in piazza Campo dei Fiori, arriva un mazzo di fiori con bigliettino del presidente del Consiglio. In quel momento nella casa ci sono tre persone. Federico Armati, ex marito della ragazza e agente del Sisde alle dipendenze della presidenza del Consiglio, e altri due amici. Armati, che è stato sposato con Virginia per poco più di un anno, e che ha avuto un figlio con lei, la invita a chiamare subito palazzo Chigi per ringraziare a sua volta il presidente. La ragazza chiama, risponde una segretaria, lascia un nome e un numero di telefono, e tempo cinque minuti le arriva una telefonata, direttamente sul suo cellulare da Silvio Berlusconi che la invita a pranzo a palazzo Chigi per il giorno dopo.

Bene. Al pranzo con Virginia, che tra l’altro è la nipote dell’attore Franco Interlenghi e di Antonella Lualdi, ci sono Gianni Letta e Giulio Tremonti. E alla fine del pranzo Berlusconi invita la ragazza a seguirlo nel suo studio privato. Qui le regala un bracciale di diamanti e le chiede di cosa ha bisogno. Lei risponde sicura: una promozione per l’ex marito che è un agente dei servizi. Berlusconi prende appunti. Da questo momento nasce una relazione di amicizia tra Berlusconi e la giovane ragazza, al punto che Berlusconi pensa di utilizzarla come volto di Forza Italia, probabilmente perché ha un viso giovane e fresco, particolarmente adatto all’immagine degli azzurri.

Nel frattempo si occupa dell’ex marito e della carriera di Virginia in Rai. Per lui è pronta una promozione, datata 11 novembre, dunque meno di un mese e mezzo da quell’incontro, che viene comunicata da Berlusconi in persona alla ragazza con una telefonata, prima ancora che l’interessato ne venisse informato. Per lei un programma che si chiama Oltremoda, dove Virginia Sanjust subentra a Fernanda Lessa. Secondo l’avvocato Niccolò Ghedini Berlusconi non si sarebbe mai interessato della carriera di Federico Armati nei servizi. Il problema però è un altro. E qui viene il punto delicato.

Tutta questa vicenda arriva al Tribunale dei ministri perché c’è una denuncia per abuso d’ufficio e maltrattamenti presentata da Federico Armati contro Berlusconi, che a sentire lui, lo avrebbe mobbizzato. Berlusconi viene iscritto nel registro degli indagati. La procura di Roma chiede l’archiviazione, ma nel frattempo Armati deposita una memoria completa su come, a suo avviso, si sono svolti i fatti. E cosa è successo dopo la promozione di Armati, comunicata da Berlusconi in persona. È accaduto che secondo Armati, è nata una intensa relazione tra Berlusconi e la Sanjust. Una relazione fatta di inviti in Sardegna, telefonate anche notturne, gioielli e molto denaro.

Ma a un certo punto Armati ha una violenta lite con la ex moglie e, secondo quanto dice lui, lei lo minaccia di danneggiarlo professionalmente. Così quella promozione deve essere cancellata. Detto, e fatto. Secondo quanto dicono le carte, Armati viene spedito al ministero della Giustizia e destinato alla cancelleria presso la Corte di Cassazione: e il suo stipendio si riduce da 4.481 euro a 1.700 mensili.

Federico Armati è pronto a scrivere una memoria, con una serie di rivelazioni proprio alla vigilia delle elezioni del 2006, ma qualcuno provvede, e lui viene trasferito al Cesis, che è il comitato che coordina i servizi, con lo stipendio che passa da 1700 euro a 5.500 euro. La memoria di Armati non viene mai consegnata, ovviamente.

Ora, questo è il materiale che è arrivato al Tribunale dei ministri. Abbiamo un presidente del Consiglio che potrebbe aver subito un procedimento ricattatorio ed estorsivo, ma di fronte a questo la procura di Roma ha ritenuto di archiviare il caso, nonostante esista una notizia criminis. Abbiamo anche un’annunciatrice che avrebbe potuto far carriera per le raccomandazioni di un Berlusconi che in questo caso era il presidente del Consiglio dei ministri, e non il capo dell’opposizione, come invece nella vicenda delle telefonate di Saccà. Abbiamo in gioco gli apparati dello Stato, e in particolare i più delicati, ovvero i servizi segreti.

Federico Armati, ha consegnato la memoria integrale su cui dovrà pronunciarsi il tribunale dei ministri solo da poco tempo. L’avvocato del premier dice che tutto sarà archiviato, e che la faccenda non lo preoccupa. Ma intanto se tutto dovesse mai essere confermato, non si potrà che arrivare alle dimissioni di Berlusconi.

Qui non si tratta di battute goliardiche al telefono, o altro ancora. Tra l’altro Virginia Sanjust di Teulada, a un certo punto si dimette da annunciatrice Rai, rinuncia al programma Oltremoda, e si ritira a una condotta di vita riservatissima. Nel senso che oggi non è possibile parlarle e contattarla, non ha più fatto apparizioni pubbliche e la sua carriera sembra svanita nel nulla. Se verrà dimostrato che tutta questa storia è falsa sarà nient’altro che una brutta vicenda molto torbida. Se invece gli elementi risulteranno veri, allora la storia diventerebbe drammatica per il premier, nonostante i suoi fiori, i suoi gioielli, le sue telefonate galanti, le promozioni facili, i servizi segreti, e le memorie scritte che spariscono prima delle elezioni e dopo nuove promozioni, i tentativi di estorsione e i ricatti.

www.robertocotroneo.net





Segui la diretta di Piazza Navona alle ore 18:00!!!

8 07 2008

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Andate su www.italiadeivalori.it e la diretta verrà trasmessa in streaming..Buona visione ;)






Domani tutti in piazza contro le leggi-canaglia. Piazza Navona ore 18:00

7 07 2008

Stamattina Sky Tg 24 ha preso “un caffè con” Lorenzo Cesa, anche lui “contrario” alla blocca-processi, ma come partito si dicono favorevoli all’immunità parlamentare. Ha affermato “…e perché no, oltre all’immunità parlamentare delle alte cariche dello Stato, anche ai Parlamentari” . Ecco il punto è che si vogliono tutti (o quasi tutti) salvaguardare dalle toghe in “stato di agitazione”, sempre pronte ad agire tempestivamente contro le azioni di governo, scalate illegali, indagini proibite!Questo è quello che pensano loro…

Ma tornando al lodo Alfano, Schifani-bis, o chiamatelo come vi pare, perché la sostanza è sempre quella, perché dobbiamo accettare che un rappresentante della Camera del Senato e della Camera dei Deputati sia immune?Alla fin fine le 1000 persone che siedono al Parlamento a sua volta non sono altro che i nostri rappresentanti politici e quindi cosa hanno loro in più da noi?Certo è anche vero che non li abbiamo eletti, visto le nostra legge porcata, ma dobbiamo anche proteggere costoro?Questa non mi pare democrazia, questa è pura follia.

Questo è solo l’inizio. Domani tutti a Piazza Navona alle ore 18.00 a Roma.Tutti in piazza contro le leggi-canaglia! LA LEGGE È UGUALE PER TUTTI!!!





Le mie utopie (irrealizzabili?)

5 07 2008

Agapito viveva in Calabria fino a un pò di tempo fa. Adesso studia a Roma anche lui come studente fuori-sede, paga un affitto per un posto letto che supera i 300€ mensili con le spese condominiali, corrente elettrica, ecc…Vive comunque felice, almeno così dice. Adesso sta anche insieme ad una ragazza di Roma, che indirettamente gli ha sconvolto (in senso positivo) la sua vita. Agapito è contento della sua nuova vita, felice di quello che fa, ma quando pensa al futuro non sa cosa gli aspetta, dice di avere molta paura. Non paura di invecchiare, forse ha anche fretta di crescere, ma in lui nasce un vero e proprio senso di insicurezza. Non ha soldi da parte e non proviene certo da una famiglia agiata economicamente, ma in compenso non gli mancano gli affetti. Molte delle sue grandi ambizioni gli appaiono oggigiorno irrealizzabili, quasi impossibili. La sua paura costante è che questa balorda società è sempre pronta dietro l’angolo a bastonarlo, penalizzarlo, come succede a tutti quei precari che oggi non possono nemmeno pensare di comprarsi una casa. Ma è davvero questo il futuro che lo aspetta?In fondo si le sue ambizioni sono grandi, ma sono quelle a cui tutti almeno in gran parte aspirano: un buon reddito, una casa, una famiglia. Insomma ancora ha qualche valore dentro al suo cuore. Oggi però la società dei grandi fratelli li nasconde, li ha ormai seppelliti non si sa dove. Se da una parte Agapito pensa al suo futuro e a quello di tanti altri precari e futuri precari, dall’altra si arrabbia, ma non direttamente con coloro che investono il proprio tempo e denaro in agenzie di moda, provini televisivi, ma con i genitori di questi giovani inconsapevoli e irresponsabili.

Agapito si dice annoiato perché tutti i giorni guardiamo e sentiamo le stesse cose in tv, sappiamo tutto dei vip e dei personaggi televisivi. Ma nonostante ciò spera sempre in una società giusta e sana, si definisce un utopista, tra l’altro ha scoperto da un pò di tempo di non essere l’unico e questo dopo le angoscie per l’incerto futuro, torna di nuovo gioire.